Ivano Carcano e Simayiai Muteleus, ospiti di Michele Sciancalepore nello spazio Azzurro di Nel cuore dei giorni, si sono conosciuti a Chiuduno, vicino Bergamo quando Ivano invita un gruppo di giovani Masai a portare sul palco del festival le loro tradizioni. Nasce un sentimento profondo coronato dal matrimonio.
È una fiaba, dai. Andrebbe raccontata così la storia di Ivano e Simayiai. Lui odontotecnico bergamasco, ben più noto come patron del festival «Lo spirito del pianeta», lei è la prima donna Masai a sposare un «musungu», un uomo bianco, già papà di un ragazzo di 18 anni. Si tramanda nelle tribù del Kenya e della Tanzania che forse due uomini di quest’antichissima etnia hanno sposato donne bianche. Ma una Masai mai, mai un «musungu». Finora. Sarà Stefano Locatelli, sindaco di Chiuduno (leghista! Ma del resto i due vivranno a Pontida…), a celebrare le storiche nozze, il 9 giugno. Poi, ad agosto, un’altra cerimonia, ben più complessa e colorata nella terra che da sempre è il regno dei Masai del Kenya.

Fino al 2004 Simayiai Susan Muteleu viveva lì, nel cuore dell’Africa ai piedi del Kilimangiaro. Il papà di lei è il capo di un grande villaggio: da giovane ha ucciso cinque leoni con le lance, i gradi se li è conquistati sul campo. Uomo molto stimato, intravede che anche per il suo popolo le cose sono destinate a cambiare e che per governare le trasformazioni occorre vedere da vicino quel che arriva dall’«altro» mondo. Per la prima volta dal villaggio una ragazza va a studiare in città. È sua figlia Simayiai: «Voleva che io e mio fratello – racconta lei, le dita d’ebano a giocherellare con un Blackberry – diventassimo i suoi occhi sul futuro». Scuola inglese, è lì che lei conosce le fiabe, la storia del principe azzurro. Ma nel suo villaggio non funziona così, i Masai si sposano poco più che bambini e sono matrimoni combinati. L’amore non c’entra. E prima ancora che lei finisca le scuole, arriva lo zucchero. Che vuol dire? I pretendenti di una ragazza Masai la «prenotano» portando lo zucchero, che poi viene distribuito a tutto il villaggio. Simayiai dice che non è pronta ed è un’altra rivoluzione: non sono le ragazze a decidere e nemmeno i soli genitori, è il consiglio degli anziani. Lei non molla, ricorda al papà che ha dovuto vendere tante mucche per mantenere la scuola, ma se lei si sposa, l’investimento dove va a finire? «Moral suasion» la chiamano i geopolitici… Convincente.

Lo zucchero non viene distribuito e lei ottiene di iscriversi alle superiori, si diploma in informatica. Porta il primo computer nel villaggio dove le tradizioni sono – erano – quelle da secoli e immutabili. Al bar del centro sportivo di Chiuduno, lì dove lei e Ivano hanno imparato anno dopo anno ad amarsi, Samayiai apre un iPad e scorre le foto: terra rossa, capanne, sorrisi splendenti, gli straordinari monili colorati delle donne Masai e un «musungu», viso pallido che più pallido non si può. È Ivano Carcano circondato dai bambini che gli accarezzano le braccia: «Mi chiedono sempre – e ride – perché ho i peli color della criniera dei leoni». È arrivato lì ma prima Samayiai era arrivata qui. «Era il 2004 e un giorno nel villaggio arriva una lettera dal ministero dell’immigrazione. La legge mio fratello, Ivano invita un gruppo di giovani Masai a portare sul palco del festival le nostre tradizioni. Decido di partire anch’io. Il villaggio è in subbuglio, ma piace l’idea di far conoscere la nostra cultura di cui andiamo tanto orgogliosi. Per noi è tutto nuovo. L’aereo ci spaventa tantissimo. Come farà mai a volare? All’aeroporto arriviamo scortati da tutto il villaggio. Atterriamo a Malpensa con i nostri abiti tradizionali, i ragazzi con i costumi da guerrieri, le lance, gli scudi. Vediamo tutti questi bianchi… Ci scattano un sacco di foto, c’è una gran confusione, le strade, le macchine, le case che non finiscono mai… è stato incredibile. Ricordo la prima volta che siamo entrati con un pullman in una galleria, dentro la Madre Terra… Che spavento… Quando siamo tornati a casa, ci sono voluti giorni e giorni per raccontare tutto. La mia mamma è venuta qualche anno fa: non mangiava, non dormiva, era terrorizzata e non vedeva l’ora di tornare nella terra Masai. Era tutto troppo per lei».

Ad accogliere Simayiai e gli altri ragazzi a Malpensa c’è Ivano, i colori sono quelli del principe azzurro. È un uomo bianco e quanto bianco… I giovani Masai portano sul palco dello Spirito del pianeta il loro mondo. Restano un mese e ripartono per il Kenya. Simayiai, con metà dei soldi guadagnati vendendo i monili Masai, compra le coperte per donarle agli anziani del villaggio. Torna poi ogni anno in Italia e ogni volta riporta nella sua terra tante novità, grazie anche all’associazione legata al festival di Ivano: prima di tutto un pozzo per l’acqua, più preziosa dell’oro. Poi un dispensario, poi tanti consigli alle donne («è una femminista», la prende in giro Ivano) e pure un gruppo di capanne che diventa un «resort» per il turismo responsabile gestito dalla gente del villaggio. Il popolo Masai cambia insieme a lei. Ad agosto un principe azzurro porterà 11 mucche alla famiglia, 50 chili di zucchero al villaggio, coperte per gli anziani e abiti tradizionali per le donne. Le cose cambiano, con loro anche per noi.

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Solo Kenya

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