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Il Kenya è uno dei più affascinanti luoghi al mondo dove si trovano il maggior numero e la maggiore varietà d'animali.
Si calcola che siano ancora (See more) viventi e conservate 80 specie di grandi mammiferi. E questi meravigliosi animali non vivono chiusi in gabbia ma nel loro habitat naturale, nelle immense distese del Paese.
I safari, che ormai dagli anni '80 sono soltanto fotografici, rappresentano una delle grandi attrazioni turistiche.

Viaggiare attraverso le piste sconnesse dei parchi, magari in piedi sotto il tettino rialzato del vostro mezzo, è un'emozione devastante. Siete continuamente alla ricerca di un'ombra, di un profilo, di un movimento che vi possa far scorgere la preda attesa.
Nel silenzio, turbato solo dal vento, ecco spuntare un'immagine che dalla fantasia o dai ricordi dei banchi di scuola si proietta direttamente nella realtà di un momento: è proprio così... l'animale è là che respira o addirittura che vi guarda. E voi imbracciate la vostra "arma" e clic una scarica di foto o una ripresa con la videocamera.
Solo più tardi in albergo o a casa vi accorgerete che quelle immagini spesso tremolanti sono la vera testimonianza della fantastica sensazione che ancora oggi si riesce a provare.
Fare un safari è stancante. Gli spostamenti sono difficili e tormentati, ma non si può rinunciare ad un'esperienza così unica. L'obiettivo è di vedere tutti gli animali possibili, di riconoscerli, di classificarli ma soprattutto quella di sentirvi vicino ai grandi protagonisti della savana.

Famiglia di ghepardi. Masai Mara
Famiglia di ghepardi. Masai Mara


L'attività più ovvia da svolgere in Kenya è il Safari fotografico del quale ricordate però che esistono varie tipologie e prezzi (ovviamente, se li prenotate in loco li pagherete molto meno che prenotando dall'Europa).
La visita dei grandi parchi africani assume spesso le caratteristiche di un vero e proprio "viaggio", come vorrebbe il significato originale swahili della parola safari.

Ad ovest di Nairobi, il Masai Mara National Reserve, (Mara, come lo chiamano i veterani), il più frequentato parco faunistico del Kenya, ricchissimo di animali selvatici, è una riserva naturale (dove le tribù Masai hanno il premesso di lavorare la terra e di cacciare) che si estende su una superficie niente affatto piatta di 320 kmq e occupa un'ampia porzione del Serengeti.
Molti turisti si avventurano nell'esplorazione di almeno una parte delle vaste praterie, cercando di non occupare la pista battuta della fauna selvatica durante l'annuale migrazione di massa.
Al confine occidentale del parco si trova lo spettacolare Esoit Oloololo Escarpment, mentre la più alta concentrazione di animali si registra lungo i bordi della riserva.
Dovunque sono visibili grandi branchi di leoni e, con un pizzico di fortuna, potrete vederli impegnati a cacciare.
Nel parco vivono anche numerosi esemplari di elefanti, bufali, zebre e ippopotami. Riserva naturale piuttosto che parco nazionale.
All'interno del Mara sorge anche un villaggio Masai aperto ai turisti.
Il Masai Mara, collegato a Nairobi da due voli giornalieri, ospita un gran numero di alberghi. La cittadina provinciale di Narok - a poche ore di macchina a ovest di Nairobi - costituisce il principale ingresso al parco (info sui Parchi: Kenya Wildlife Service, P.O. Box 40241, Nairobi, tel. 20-600800).

Nella parte settentrionale del Marsabit National Park & Reserve vivono i grandi mammiferi del Kenya: leoni, leopardi, ghepardi, rinoceronti, bufali, facoceri, zebre, giraffe, iene e gazzelle.
Dal momento che la regione è ricoperta da una fitta foresta non avrete molte possibilità di avvistare gli animali, a meno che non decidiate di trascorrervi un po' di tempo, magari campeggiando presso Lake Paradise, un lago vulcanico che fa onore al nome che porta.
Si tratta di un luogo incantevole per sperimentare la vita in armonia con la natura: pochi altri campeggi del Kenya possono vantare simili paesaggi e una tale tranquillità.
Marsabit, la cittadina più vicina al parco, è collegata da un servizio di autobus con la città keniota di Isiolo, vicino al Monte Kenya.
I safari su cammello nelle aree tribali di Samburu e Turkana, tra Isiolo e il Lago Turkana, sono senza dubbio i più indimenticabili.

Gli altri parchi sono quello di Amboseli, in cui vivono i rinoceronti neri, lo Tsavo Est e Ovest il più grande parco africano in Kenya, la fitta Foresta di Kakamega che ospita oltre 330 specie diverse di uccelli e l'altrettanto ricco Lago Baringo.
Per altri Parchi Nazionali e Riserve consultare il link Parchi e Riserve del Kenya.

Vedi anche i seguenti link:
Morfologia del Kenya
Flora e Fauna del Kenya
Clima del Kenya



Un Ranch nel cuore dell'Africa nera

Per chi non vuole mischiarsi al turismo di massa!

Il Ranch
Il Ranch ai piedi della collina



Viaggio di nozze a Parigi,
...Natale e Capodanno a New York???
Cose d’altri tempi !


È facile farsi prendere dagli squisiti dettagli come i globi di vetro di Murano sopra le lampade, le sontuose lenzuola di Hermès, la perfettamente lucida argenteria di Buccellati, le vasche idromassaggio Jacuzzi, ma tutto ciò è solo un abbellimento di un insolito Ranch che sorge nel cuore del Kenya.

Al Ol Jogi Ranch, Nanyuki, Laikipia Plateau, si amalgamano esperienza e natura.
La cosa più incantevole di questo rifugio nel lussureggiante bush è l’incredibile diversità e densità della fauna, tra cui elefanti in migrazione, il 15% della restante popolazione al mondo di zebre di Grévy e più di 40 dei 790 rinoceronti neri che rimangono in Africa orientale.
Un santuario della fauna selvatica che è rimasto, fino all’anno scorso, inaccessibile al pubblico per 35 anni.
Al Ol Jogi Ranch non ci si sente come un turista, ma a casa vostra!
Qui non si vedono dieci Land Cruiser (dieci è dir poco) attorno ad un povero facocero come un incontro tra “compagni di merende”, pratica in uso nella maggior parte dei parchi e riserve! Ed al ritorno, costoro, vergognandosi di riferire di aver preso la "solita fregatura", raccontano pure di aver viso tigri, giaguari e se ciò non bastasse, anche un elefante bianco! Verità è che, avendo avuto divieto da ciarlatani persino di scendere dal mezzo, non abbiano potuto neppure soddisfare i propri bisogni fisiologici se non nelle proprie mutande!

Nei 66.000 acri privati di natura incontaminata dell'Ol Jogi Ranch (267 Km²), supervisionati da 120 Rangers e guardie di sicurezza private, che si avvalgono anche dell'aiuto di segugi e cani da attacco, si possono effettuare Safari anche notturni ed escursioni a cavallo.
Gli Ospiti, seguendo le precauzioni impartite dai Ranger, possono muoversi nella Riserva anche a piedi perché in ogni momento sono messi nelle condizioni di sapere quello che stanno facendo e dei rischi che corrono.
La Riserva è protetta da apparecchiature tecnologiche all'avanguardia per respingere i bracconieri (una grave minaccia in Africa orientale, ora che il corno di rinoceronte si può vendere a più di $ 30.000 per libbra/453 grammi sul mercato nero asiatico) e gli animali sono assistiti da eccellenti veterinari con attrezzature mediche di prim'ordine.
La Riserva è uno dei pochi posti in Kenya che ancora possono prendersi cura degli animali, tenerli al sicuro e nutrirli. Ciò ha avuto così tanto successo che le comunità locali portano animali feriti per le cure, oltre al Kenya Wildlife Service che ha chiesto il permesso di trasferire qui gli animali in via d'estinzione.

Il Ranch è arredato con ornamenti certamente di lusso, ma nulla sembra forzato o teatrale, non è l'opera di un art director, ma semplicemente è rimasto quello che c'era nel ranch di famiglia prima che fosse aperto al pubblico. Il servizio è condotto da uno staff che ha lavorato qui per decenni affinché gli Ospiti possano sentirsi veramente a casa. La cucina è curata da uno chef francese. La cena potrebbe essere servita da camerieri in guanti bianchi a un tavolo con candelabri, cristalli intagliati e vassoi d'argento, ma l'Ospite può presentarsi in scarpe da ginnastica e jeans.

Il proprietario è un ambientalista appassionato che persegue un'altra passione: il volo. È una persona molto semplice "alla mano", a cui piace condividere le sue esperienze e vedere i suoi Ospiti rilassarsi e connettersi con la natura. Il suo obiettivo è quello di rendere auto-sufficiente la gestione di programmi di conservazione nella Riserva, con l'aiuto anche degli introiti provenienti dagli Ospiti che in pratica non fanno altro che sostenere tale progetto, in modo che questo ambizioso lavoro possa continuare anche senza di lui ed essere un modello privato-aziendale per altri progetti di conservazione e sviluppo comunitario nella regione.

La Riserva è sede di una vasta gamma di fauna selvatica incluse specie rare ed in estinzione. È un sicuro luogo per ippopotami, elefanti, zebre, bufali, impala, gazzelle, gnu e ritrovo di vari uccelli. Dalla veranda della casa principale come dal tavolo da pranzo, chiunque potrà apprezzare la vista che offre il cortile abbeveratoio ed il terreno ricco di salgemma dove gli animali selvatici vanno a leccare il sale (salt lick), luoghi, questi, praticamente mai privi della fauna selvatica. Neppure è raro vedere un rinoceronte senza alzarsi dai lettini posti in un'area ombreggiata del giardino. Meglio ancora, un lungo tunnel conduce ad un bunker con una vetrata posta a pochi metri dall'azione degli animali, a cui gli ospiti possono accedere sia di giorno che di notte.

Certo, soggiornare qui non è solo un'immersione nella natura, ma un particolare stile di vita.
Ancora, il selvaggio è quello che vince.
"Non formalizzatevi sulla casa," dice il proprietario, "La casa da sola dà l'impressione sbagliata".

Cercate piuttosto di vivere un'esperienza volgendo lo sguardo alla natura
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Esploriamo un Paese dalle tante suggestioni, come suggestivo è il suo mare. Un mare che bagna coste di un bianco immacolato, immerse nella natura, protette (See more) dalla barriera corallina, dove si trovano alcune delle spiagge più belle del mondo.

Quando si parla del Kenya tutti pensano ai safari, agli animali, alle bellezze naturali, pochissimi pensano al mare ed alle spiagge keniote.

Il Kenya è ricco di bellissimi scorci naturali e di spiagge di sabbia bianchissima, possiede ben 536 km. di costa che si sviluppano dal confine sud con la Tanzania a quello nord con la Somalia affacciandosi sulle tiepide acque dell’Oceano Indiano.

Per quasi 230 chilometri che va da Vanga a Malindi, la costa è protetta da una barriera corallina, anche se uno dei tratti costieri più spettacolari del litorale del continente africano è quello che va da Mombasa e conduce fino alla regione di Malindi.

Tra le spiagge più belle a sud di Mombasa, troviamo: Diani Beach, una lunga spiaggia orlata di palmizi completamente protette dalla barriera corallina e Tiwi Beach, il “lato selvaggio” di Diani Beach; Shelly Beach, con arenili candidi di sabbie coralline, verdi palme e mare turchese e con un ottima organizzazione di hotel, cottages, ville e resorts.

A nord di Mombasa invece, troviamo, Nyali Beach, servita da grandi resort e affollata dai locali, Kenyatta e Bamburi Beach, anch'esse risentono di questo “problema” ma in realtà risultano parecchio interessanti per chi ama il contatto diretto con le popolazioni locali.

Salendo lungo la costa, si arriva a Watamu, un piccolissimo centro ubicato a sud di Malindi a meno di 25 km. Ricca di spunti naturalistici interessanti è punto ideale per organizzate gite nella zona, e safari nei grandi parchi dell’interno, come il Parco Nazionale Tsavo Est – Tsavo Ovest e il Parco Nazionale di Amboseli. Inoltre la zona di Watamu è famosa anche per il fenomeno delle maree, che rende questo tratto di costa, di una bellezza sorprendente: piccoli isolotti di sabbia bianchissima emergono a pochi metri dalla spiaggia. I fondali sono pulitissimi e ricchi di pesci tropicali, conchiglie e stelle marine.

I parchi marini di Mombasa, Malindi, Watamu sono l’ideale per l’immersione e lo snorkelling.
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Popolo Swahili
Il popolo Swahili (o Waswahili) sono un gruppo etnico e culturale Bantu che abitano la parte orientale della regione dei Grandi Laghi africani. I (See more) componenti risiedono principalmente sulla Costa Swahili, in una zona che comprende l'arcipelago di Zanzibar, la costa del Kenya, la costa della Tanzania ed il Mozambico settentrionale. Il nome deriva dalla parola araba Sawahil Swahili سواحل, che significa "abitanti delle coste". Il popolo Swahili parla la lingua Kiswahili, che appartiene al ramo della famiglia Niger-Congo Bantu (Vedi anche La costa Zanghebar).





Definizione

Il popolo Swahili proviene da abitanti Bantu della Costa di sud-est dell'Africa, in Kenya, Tanzania e Mozambico. Principalmente sono uniti sotto la lingua madre Kiswahili, una lingua Bantu. Ciò si estende anche agli arabi, persiani e altri migranti che hanno raggiunto il litorale, alcuni credono già nel 7° o 8° secolo d.C., e mescolati con la popolazione locale, fornendo un’infusione culturale notevole e numerose parole provenienti dall’arabo e persiano.

L’archeologo Felix Chami rileva la presenza di insediamenti Bantu a cavallo della costa sud-est africana già a partire dall'inizio del primo millennio. Si sono evoluti gradualmente dal 6° secolo in avanti per accogliere un aumento di coloro che si occupavano di commercio (principalmente mercanti Arabi), la crescita demografica e l’ulteriore urbanizzazione centralizzata; sviluppo che successivamente sarebbe diventato noto come le città-stato Swahili.



Religione

L'Islam ha stabilito la sua presenza nella costa dell'Africa orientale intorno al 9° secolo, quando i commercianti Bantu risiedevano sfruttando le reti commerciali dell'Oceano Indiano. A causa delle interazioni che seguirono con i predicatori arabi e somali, l'Islam è emerso come una forza unificante sulla costa e ha contribuito a formare una unica identità Swahili.

Nella parte costiera dell'Africa orientale, una comunità mista Bantu si sviluppava gradualmente attraverso il contatto con i musulmani arabi e commercianti persiani. La cultura swahili, che è emersa da questi scambi, manifesta molte influenze arabe e islamiche che non si vedono nella cultura tradizionale Bantu, come palesano molti afro-arabi membri del popolo Swahili Bantu. Il popolo afro-arabo swahili, a sua volta ha introdotto la fede islamica verso l'entroterra.

La popolazione Swahili ha seguito una forma molto rigorosa e ortodossa dell'Islam. Ad esempio, Eid-ul-Fitr, la festa che segna la fine del Ramadan, è ampiamente celebrata in aree dove la comunità Swahili rappresenta la maggioranza. Inoltre, un gran numero di persone Swahili effettuano il Hajj e Umrah dalla Tanzania, al Kenya e Mozambico. L’abito islamico tradizionale, come il jilbab e thobe sono anche popolare tra la gente Swahili.

Oltre alle pratiche più ortodosse, il popolo Swahili è inoltre conosciuto per il loro uso della divinazione, che ha adottato alcune caratteristiche sincretiche da sottostanti credenze tradizionali indigene. Oltre alle credenze ortodosse negli spiriti (djinn), molti uomini Swahili indossano amuleti protettivi intorno al collo, che contengono versetti del Corano. La divinazione viene praticata attraverso letture coraniche. Spesso l'indovino incorpora versetti del Corano in cure per alcune malattie. A volte, istruisce il paziente ad immergere nell'acqua un pezzo di carta contenente versetti del Corano. Con questo infuso di acqua e inchiostro, letteralmente contenente la parola di Allah, il paziente dovrà poi lavare il suo corpo o bere per curare se stesso della sua afflizione. Solo profeti e insegnanti dell'Islam hanno il permesso di diventare uomini di medicina tra la gente Swahili.



Lingua

la popolazione Swahili parla la lingua Kiswahili come loro lingua madre, in quanto membri del sottogruppo Bantu della famiglia Niger-Congo. I suoi parenti più stretti sono il comoriano parlato sulle Isole Comore, il linguaggio Mijikenda della gente Mijikenda del Kenya e il linguaggio Pokomo, parlato nel distretto del fiume Tana, dai Pokomo sempre in Kenya. Queste lingue bantu della costa Swahili prendono la denominazione di Lingue Sabaki dal fiume omonimo a nord di Malindi in Kenya.

Con il loro modo originale di parlare, questa comunità si è incentrata sulle zone costiere di Zanzibar, Kenya e Tanzania, un litorale denominato Costa Swahili. La lingua Bantu Kiswahili contiene molte parole che derivano dall'arabo come conseguenza di interazioni con i migranti arabi. Lo Swahili divenne la lingua della classe urbana nella regione dei Grandi Laghi (Great Lakes), e alla fine ha continuato a servire, in quei luoghi, come una lingua franca durante il periodo post-coloniale.



Economia

Per secoli il popolo Swahili ha dipeso fortemente dal commercio sull'Oceano Indiano. Gli Swahili hanno giocato un ruolo fondamentale come l'uomo di mezzo tra oriente, l'Africa centrale e meridionale, e il mondo esterno. Contatti commerciali sono stati notati già nel 100 d.C. dai primi scrittori romani che visitarono la costa orientale africana nel 1° secolo. Rotte commerciali furono estese dalla Somalia alla Tanzania fino all'odierno Zaire, lungo le quali le merci venivano portate sulla costa e vendute a commercianti arabi, indiani e portoghesi. I documenti storici ed archeologici attestano che gli Swahili erano mercanti marittimi prolifici e marinai che navigavano lungo la costa orientale africana fino in terre lontane come l’Arabia, la Persia, l’India e persino la Cina. Ceramiche cinesi e perline arabe sono state trovate tra le rovine di Great Zimbabwe. Durante l'apogeo del Medioevo, avorio e schiavi divennero una fonte sostanziale di entrate. Molti schiavi venduti a Zanzibar sono finiti in Brasile, che era allora una colonia portoghese. I pescatori Swahili di oggi si basano ancora sul mare che fornisce la loro fonte primaria di reddito. Il pesce è venduto ai loro vicini dell'entroterra in cambio di prodotti dell'interno.

Anche se la maggior parte del popolo Swahili vive con standard di vita molto al di sotto di quella del primo mondo, gli Swahili sono generalmente considerati un gruppo relativamente potente economicamente a causa della loro storia nel commercio. Essi sono relativamente benestanti; ad esempio, secondo le Nazioni Unite, Zanzibar ha un PIL pro capite 25% più elevato rispetto al resto della Tanzania. Questa influenza economica ha portato alla continua diffusione della loro cultura e della loro lingua in tutta l'Africa orientale.



Architettura

Precedentemente molti studiosi pensavano fosse essenzialmente di stile e origine araba o persiana; archeologia, scritti, lingua, cultura e le prove suggeriscono invece una genesi e un sostentamento principalmente africani. Questo sarebbe stato accompagnato in seguito da una duratura influenza araba e islamica sotto forma di commercio, matrimonio, e scambio di idee. Durante la visita a Kilwa nel 1331, il grande esploratore berbero Ibn Battuta è stato colpito dalla notevole bellezza che ha incontrato in quel luogo. Egli descrive i suoi abitanti come "Zanj (in arabo: ﺯﻨﺞ, significa "negro"), neri corvini di colore, e con tatuaggi sui loro volti", e osserva che "Kilwa è una città molto bella e sostanzialmente costruita, e tutti i suoi edifici sono di legno" (la sua descrizione di Mombasa è sostanzialmente allineata). Kimaryo sottolinea che i tatuaggi distintivi sono comuni tra i Makonde . L’architettura includeva archi, cortili, quartieri isolati delle donne, il mihrab (Il mihrab è una nicchia inserita nel muro della moschea orientato verso la "qibla", cioè la direzione della Mecca. Ma puo' esistere anche fuori delle moschee, soprattutto nei luoghi sacri per far capire alla gente dove sarebbe la Mecca), torri, ed elementi decorativi sugli edifici stessi. Si possono osservare ancora molte rovine nei pressi del porto meridionale keniota di Malindi, tra le rovine di Gede (la città perduta di Gede / Gedi).



Cultura

La cultura swahili è la cultura del popolo Swahili che abita la Costa Swahili. Questa zona litorale comprende Tanzania, Kenya, Uganda, Mozambico, le isole adiacenti di Zanzibar , le Comore e alcune parti del Malawi e Repubblica Democratica del Congo. Parlano Kiswahili come loro lingua madre, che appartiene alla famiglia Niger-Congo. La cultura swahili è il prodotto della complessa storia della parte costiera della regione africana dei Grandi Laghi, un'area che è stata influenzata da culture medio-orientali, indiana, persiana e portoghese. Come con la lingua Kiswahili, la cultura Swahili ha un nucleo Bantu che è stato modificato da tali influenze straniere.

La cultura Swahili e la lingua Kiswahili hanno cominciato a prendere forma intorno al 2°-3° secolo, come conseguenza del grande successo persiano e dei mercanti arabi ed esploratori, creando insediamenti commerciali sulla Costa Swahili e le isole vicine e la miscelazione con il locale popolo Bantu. Il periodo che va dal 10° al 15° secolo nella regione orientale dei Grandi Laghi africani è spesso definito come l'"Era Shirazi", poiché molti insediamenti commerciali sono stati creati dalla famiglia del persiano Ali ibn al-Hassan Shirazi. La cultura che ha formato dall'interazione tra arabi, persiani e le tradizioni e abitudini bantu è stata ulteriormente arricchita con influenze provenienti dall'Estremo Oriente, come conseguenza di rotte commerciali a lunga percorrenza che attraversavano l' Oceano Indiano. A partire dal Kenya e Tanzania, la cultura Swahili si diffuse nel Mozambico.

Durante l’ Era Shirazi, diverse città-stato fiorirono lungo la Costa Swahili e le isole adiacenti; alcuni esempi sono Kilwa, Malindi, Gedi, Pate, Comore e Zanzibar. Questi prime città-stato Swahili erano composte da musulmani, cosmopolite e politicamente indipendenti l'una dall'altra. Tutti gareggiavano uno contro l'altro per i migliori affari nel commercio della regione dei Grandi Laghi. Le principali esportazioni di queste culture erano schiavi, ebano, oro, avorio e legno di sandalo. Queste città-stato hanno cominciato a declinare verso il XVI secolo, soprattutto a causa dell’avvento dei portoghesi. Alla fine, i centri commerciali Swahili basati sugli affari e sul commercio tra l'Africa e l'Asia sull'Oceano Indiano crollarono.

Aspetti della cultura swahili sono diversi grazie alle sue numerose origini, rispetto a quella sviluppata inizialmente. Ad esempio, la cucina Swahili ha influenze dalla cucina indiana, araba e culture europee. Ci sono anche alterazioni di alcuni piatti a causa di motivi religiosi. Alcuni alimenti comuni nella vita quotidiana del popolo Swahili sono i pesci, frutti tropicali e spezie esotiche.

La cultura storica Swahili era intensamente urbana e dominata da una rigida struttura di classe, con un gruppo di élite chiamato Waungwana si identificano gli arabo-africani, determinati a distinguersi dalla popolazione puramente bantu. Queste preoccupazioni sono evidenti nella Cronaca di Kilwa, una frammentaria storia locale risalente a prima del 1552.


Artigianato in Tanzania

Per quanto riguarda l’artigianato, come in tutta l'Africa sub sahariana, anche in Tanzania le arti figurative sono tradizionalmente legate alla decorazione artistica di oggetti di uso concreto, sia esso pratico (per esempio oggetti di arredamento e indumenti) o rituale (per esempio maschere). Anche rispetto alle arti figurative esiste una netta distinzione fra la cultura swahili, che anche in questo ambito attinge alla tradizione araba e mediorientale, e quella dell'entroterra, più vicina alle cultura bantu del resto dell'Africa sudorientale.

Nell'arte swahili, influenzata dall'Islam, predominano temi geometrici astratti e l'uso di iscrizioni (originariamente in arabo, oggi più comunemente in Kiswahili o in inglese) come motivi decorativi. Questa tendenza si riflette anche nei capi di vestiario tradizionali swahili, kitenge e kanga, simili ai sarong indiani e decorati tipicamente con arabeschi e proverbi o motti religiosi, politici o morali. Di tradizione invece strettamente bantu è la produzione di oggettistica in legno intagliato dell'etnia Makonde, fra le più raffinate dell'Africa sub sahariana.

I Makonde (o Maconde) o Wamakonde sono un'etnia diffusa nel Mozambico settentrionale e nella Tanzania sudorientale.

Conosciuti come grandi guerrieri, furono fondamentali nella lotta di liberazione del Mozambico (l'indipendenza arrivò nel 1974) nei confronti del Portogallo perché oltre che feroci e agguerriti combattenti conoscevano meglio dell'esercito portoghese le foreste del nord del Mozambico dove si erano stabiliti da generazioni e questo li avvantaggiò nella lotta di liberazione.

Tra i Makonde, gli uomini hanno l'abitudine di limare i denti appuntendoli e facendoli diventare simili a quelli degli squali, ciò che contribuisce ad incrementare il loro aspetto aggressivo e ad alimentare la leggenda dei Makonde come guerrieri feroci. Hanno anche l'abitudine di tatuare i proprio corpo. Le colorate e a volte bizzarre maschere che rappresentano molte volte animali o persone malate vengono usate nelle loro cerimonie religiose e sono solo un esempio della ricca e antica cultura dei Makonde.

La precisa terra d’origine del popolo Makonde si trova nelle regioni montuose intorno al fiume Ruvuna che forma il confine tra il Mozambico e la Tanzania, in particolare nel sud di quest’area; qui si trovano le provincie di Capo Delgado e di Nassa. Molti Makonde vivono ancora lì, ma grandi gruppi migrarono in Tanzania stabilendosi in maggioranza nel sud o nella capitale Dar es Salaam e nei suoi dintorni. Ci sono 2 popoli che definiscono sé stessi Makonde, quello del Mozambico e quello della Tanzania.

Anticamente in riferimento ai Makonde si ritrovano i termini Mavia, Mawia o Maviha che significano violento, o spaventevole, o orribile. I 2 gruppi si differenziarono per vari motivi, ma soprattutto per il contatto avuto con gli arabi da parte di quelli della Tanzania; questi diventarono in maggioranza musulmani per salvarsi dalla schiavitù, visto che gli Arabi non facevano schiavi tra i popoli praticanti la loro stessa religione. I Makonde del Mozambico vissero invece in grande isolamento. Entrambi i gruppi scolpivano utensili per il proprio uso quotidiano, ma soltanto quelli del Mozambico continuarono nella produzione e vendita delle sculture. La proibizione islamica di riprodurre immagini umane probabilmente giocò un importante ruolo in questa differenza ostacolando lo sviluppo della scultura nei Makonde di Tanzania. Dopo la depressione del 1930 aumentò il numero dei Makonde che traversarono il fiume Ruvuma e molti di loro andarono a lavorare nelle piantagioni di sisal in Tanzania specialmente nelle regioni di Tanga e di Morogoro, ma anche nelle piantagioni di chiodi di garofano di Zanzibar e di Pemba.

Mantennero la loro tradizionale abilità nello scolpire il legno da guadagnarsi la vita nel nuovo ambiente e svilupparono quella che ora è conosciuta in tutto il mondo come scultura Makonde. Tra i grandi scultori Makonde ricordiamo Kashimiri Matayo, Yoseph Francis, Nafasi Mpagua, Hossein Hanangagola, Dastani Nyedi.

Lungo la costa del Kenya, vive una comunità che fa appello al governo per essere riconosciuta. È la tribù conosciuta come Makonde venuta in Kenya nel 1950 dal Mozambico. Dicono di non conoscere altra casa. I Makonde del Kenya Coast Province non sono riconosciuti come una tribù del Kenya. Sono infatti "senza stato". Conosciuti in tutto il mondo per la loro arte, i Makonde si guadagnano da vivere vendendo incisioni ai turisti. Alcuni sono piccoli agricoltori. Dicono che senza documenti del Kenya è impossibile trovare lavoro, ottenere un trattamento medico, o anche iscriversi a scuola. Mentre il governo è alle prese con coloro che sono privi di documenti nel quadro di nuove misure di sicurezza, i Makonde hanno paura di lasciare le loro case. Dicono che sono diventati un bersaglio per i funzionari delle forze dell'ordine. Secondo i Makonde, il primo presidente del Kenya Jomo Kenyatta - padre dell'attuale presidente - ha promesso il riconoscimento dei Makonde subito dopo l'indipendenza. Finora restano una tribù dimenticata del Kenya.

La più nota forma d'arte figurativa della Tanzania moderna è probabilmente lo stile pittorico Tinga - tinga, uno stile pittorico naif nato come "arte turistica" ma in seguito divenuto vera e propria scuola d'arte e differenziatosi su due livelli: uno relativamente basso, orientata al mercato turistico, e uno più raffinato che trova posto nelle gallerie d'arte non solo tanzaniane o africane, degno di nota la scuola d’arte tinga – tinga di Dar es Salam, dove è possibile acquistare i lavori fatti dagli artisti.
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Una stagione fantastica per i safari in Kenya, e specialmente per i Parchi Nazionali di Tsavo Est e Ovest e dell'Amboseli.
Il direttore della Kenya Association (See more) of Hotelkeepers and Caterers per Tsavo and Amboseli, Willie Mwadilo, conferma i dati trasmessi da Lodge e campi tendati che da dicembre segnalano il 90 per cento di occupazione, contro il 40 dell'anno scorso.
Mwadilo parla di nuovo boom per i safari in Kenya, grazie anche al ritorno dei turisti italiani nello Tsavo e all'incremento delle prenotazioni da parte di polacchi, tedeschi e francesi.
Dopo lo stallo del periodo post elettorale, da dicembre la voglia d'Africa si è espressa in un viavai di visitatori che prediligono la savana e le escursioni in mezzo alla fauna selvaggia, ma che hanno scelto il Kenya rispetto ad altre nazioni per la possibilità di abbinare la vacanza mare-safari e per il miglior rapporto qualità-prezzo dei safari.
Mwadilo, guardando la prima settimana di febbraio e le prenotazioni per le prossime, confida che questo trend possa durare fino a Pasqua.
In tal caso si tratterebbe di una stagione record, da dieci anni a questa parte.
Questo anche grazie ad un incremento significativo di turismo locale e africano in generale.
Anche la direzione dell'Ashnil Lodge ad Aruba, nel cuore dello Tsavo, ammette che un pienone di turisti come quello di quest'anno è da record.
Speriamo che questi numeri facciano riflettere le istituzioni e il Kenya Wildlife Service sull'investimento necessario per migliorare i servizi e la cura del proprio patrimonio faunistico e naturale.
I problemi dati da siccità e civilizzazione, quelli delle mandrie illegali all'interno dei parchi e del bracconaggio che, seppur diminuito, non è ancora debellato, sono campanelli d'allarme che non possono far cullare il Kenya sugli allori del ritorno dei turisti.
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Si è allenata per sei mesi e quando hanno visto la sua serietà, competenza e soprattutto resistenza, molti sponsor tra cui fornitori di farina, burro (See more) vegetale, riso ed altro, hanno creduto in lei. Un mese fa Maliha Mohamed, cuoca di Mombasa, aveva cucinato ininterrottamente per 54 ore, ma si era detta certa di poter migliorare quel tempo, e di battere il record segnalato dal celeberrimo guinness dei primati che apparteneva ad uno chef americano, Rickey Lumpkin di Los Angeles e che resisteva da dodici mesi: 68 ore e 30 minuti.
La trentaseienne Maliha, preparando oltre quattrocento ricette internazionali (tra cui anche italianissimi spaghetti alla bolognese, ovvero al ragù) nella cucina del Kenya Bay Resort di Mombasa, a scopo benefico per i ragazzi di alcuni children centre della zona, ha frantumato il precedente record alla presenza del supervisore ufficiale del Guinness dei Primati.
Maliha è una chef di professione specializzata in cucina indiana, swahili ma grande conoscitrice di tutte le più importanti specialoità gastronomiche internazionali. Ad aiutarla a predisporre gli ingredienti c'era un pool di assistenti, ma la finalizzazione del piatto è stata sempre opera sua, ininterrottamente per poco più di tre giorni di seguito. Davvero incredibile!
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